Thursday, July 18, 2013

Siamo nati per cantare e ballare: video intervista con l'autrice Elena Skoko


Quando Marzia Bisognin mi ha chiesto di fare un piccolo video sul parto cantato le ho risposto subito di sì. Era maggio, il giorno del mio compleanno. Finalmente ieri sono riscita a farlo e a pubblicarlo sul mio canale Youtube. Avevo un mucchio di cose da raccontare e farle stare in meno di 5 minuti mi sembrava impossibile. Invece, ecco qua, ci sono riuscita, in un pomeriggio in cui Koko e suo papà sono andati a fare salti in aria nel parco giochi vicino a casa e la casa era vuota. Vi aggiungo anche il testo che ho scritto come preparazione al video. Sono riscita ad usarne un terzo.

Siamo nati per cantare e ballare

Mi piace pensare che siamo nati per cantare e ballare. Anche se siamo condizionati ad associare la nascita con il dolore e la sofferenza, questa è solo una storia che ci è stata raccontata. Ci sono altre storie dove il parto viene vissuto con gioia, in libertà e a pieni polmoni.

La nostra voce è uno strumento che ci fa vibrare al ritmo della vita. La bocca e l’utero sono direttamente collegati – lo diceva ancora Ippocrate e lo dicono oggi Ina May Gaskin e Ibu Robin Lim. Quando le labbra rimangono serrate il collo dell’utero rimane chiuso. Il respiro trasformato in canto apre il canale della nascita e ci aiuta a superare le nostre paure. Se c’è dolore, il canto fa in modo che non diventi sofferenza.

Quando camminiamo nel buio e abbiamo paura, la cosa più spontanea è quella di cantare. Nel momento in cui mettiamo al mondo una nuova vita siamo sulla soglia tra il buio e la luce. Non sappiamo come ne usciremo e abbiamo paura. Cantare ci calma, ci rasserena e dissolve la paura. Spesso fa anche ridere.

E’ bello quando possiamo ridere durante il travaglio, insieme alle persone che ci vogliono bene e ci supportano in tutte le nostre scelte. E’ importante assicurarsi che l’ambiente che abbiamo scelto come luogo di parto ci permetta di usare il nostro corpo e la nostra voce in maniera libera e senza pregiudizi.

Se siamo persone che riescono a cantare solo nei momenti di assoluta intimità sarà meglio trovare una situazione simile anche per il parto. Se siamo quelle che amano cantare in compagnia, anche in presenza di estranei, allora forse potremmo abbandonarci all’incognita di qualsiasi luogo.

Dico questo perché preparare se stesse ad un parto cantato, concentrandosi sul nostro corpo e sulla nostra voce non basta. L’ambiente che ci circonda in quel momento gioca un ruolo fondamentale e dobbiamo sceglierlo consapevolmente e prepararlo per l’esperienza che desideriamo.

Un’idea potrebbe essere quella di andare nel posto dove vogliamo partorire e mettersi a cantare. Se ci sentiamo libere di farlo significa che la scelta è giusta, se invece ci sentiamo in disagio oppure qualcuno ce lo impedisce, possiamo iniziare a chiederci se la situazione sia idonea a noi.

Io sono una persona timida. Canto soltanto davanti al microfono. Le persone autoritarie mi intimidiscono, gli ambienti istituzionali mi fanno paura. Quando dovevo scegliere dove partorire, la situazione che più mi rassicurava era quella in cui avrei potuto muovermi liberamente, partorire nuda, in acqua oppure no, decidere sul momento e soprattutto, volevo poter usare la mia voce. Per cantare oppure dire parolacce, ansimare come una gatta in calore, oppure grugnire come l’orsa bruna delle foreste balcaniche.

Ho cantato durante il travaglio e nel momento della nascita di mia figlia, insieme al mio uomo. Davanti a me c’era la mia ostetrica Ibu Robin che cantava un mantra indù, perché per lei e per tutte le persone al centro nascite di Bumi Sehat a Bali, ogni nascita è un miracolo ed un evento sacro. Era per questo che avevamo scelto di partorire in quel luogo e con quelle persone. Per noi era il posto più sicuro al mondo, un posto dove la voce ha le ali libere e il corpo della donna è visto come uno strumento perfettamente accordato.

No comments:

Post a Comment